Castello di Ama per l'arte contemporanea

2001: Daniel Buren

Sulle vigne: punti di vista

Daniel Buren

L'opera di Daniel Buren è sempre contestuale al luogo nel quale viene a collocarsi. L'artista concepisce l'opera stessa come segno da inserire in un determinato contesto, cioè nell'ambito di un sistema di segni preesistenti, allo scopo di commentarlo. Tutta l'opera dell'artista francese, dalla fine degli anni sessanta ad oggi, si istituisce come volontà di commentare la realtà in cui l'opera d'arte interviene. Il contesto può essere il sistema dell'arte con i suoi luoghi deputati, le gallerie d'arte o i musei o qualsiasi spazio dove siano usi lavorare gli artisti per esporre le proprie opere. In questo caso l'intervento di Buren tende a mettere in luce la funzione del luogo, con tutti i connotati culturali, ideologici e politici che si allacciano a questa funzione. Dentro il sistema dell'arte non esistono infatti spazi neutri, dove l'artista possa esprimersi in totale libertà e l'osservatore altrettanto liberamente possa fruire dell'opera che gli viene offerta; quei luoghi al contrario sono altamente condizionanti, in senso appunto ideologico, già a partire dalle modalità che offrono di esposizione e ricezione di un lavoro artistico (di ciò che per convenzione definiamo il lavoro artistico).

L'azione di Buren non si esplica però unicamente dentro il sistema dell'arte e dall'interno delle sue convenzioni. Da molto tempo anzi interviene nei luoghi pubblici più diversi, nelle piazze e nelle strade cittadine o in aperta campagna, come nel caso del Castello di Ama, a ridosso di un'abitazione. L'artista insomma opera dovunque le relazioni umane creino un contesto di senso, e si interroga su questo senso. In questi casi, l'osservatore è invitato a riflettere sulla memoria storica del luogo, o sulla funzione che originariamente aveva e che ha perduto o modificato, sulle azioni collettive che si compiono o si compivano. Così, se a Torino il suo soffitto luminoso, fatto di contenitori quadrati dentro cui sono poste lampadine, accendono ogni inverno un luogo diverso della città ricordando il décor di una festa popolare, le bandiere variamente colorate che anni fa ha installato nel magnifico e pacifico paesaggio presso Poggibonsi ricordano invece le antiche guerre fra le città toscane.

Il segno con cui Buren interviene, e rende riconoscibili le sue opere in quanto tali, è costituito da una serie di strisce di 8,7 centimetri di spessore alternativamente bianche e colorate, realizzate nei materiali più diversi e installate nelle più diverse e imprevedibili modalità. Sempre uguale e sempre diverso, il segno di Buren si dà, più che come uno schema formale da osservare in se', come un indice che rimanda ad altro, un segnale che ci stimola a cercare, a connettere, a mettere in una relazione di senso tutti gli elementi che l'installazione rivela.
Il concetto di rappresentazione appare spesso al centro delle riflessioni e delle realizzazioni di Buren, perché è attraverso questa modalità del linguaggio che, nella tradizione, si esprime l'arte visiva, e sulla rappresentazione, con tutte le possibili contaminazioni fra vero e falso, si basa gran parte della comunicazione sociale.

Anche al Castello di Ama assistiamo ad una rappresentazione, o per meglio dire ad un dispositivo grazie al quale si rappresenta qualcosa. Un muro lungo venticinque metri e alto due viene costruito di fronte a uno degli edifici del complesso, allo scopo di chiudere lo sguardo sul territorio circonvicino, e nello stesso tempo di aprirlo, ma secondo particolari modalità. Il muro è costellato da finestre quadrate, che enfatizzano il già bellissimo paesaggio della vallata col fatto stesso di incorniciarlo, rielaborando così tutta una tradizione, quella della "pittura di paesaggio", o anche il concetto, altrettanto consueto, di pittura come "finestra" aperta sul reale. A questo collegamento con una eredità canonica della tradizione artistica si sommano due segni di diverso valore. Uno conferma il canone riconducendoci al contesto storico da cui culturalmente proveniamo, facendo cioè apparire le strisce bicolori del Duomo di Siena nelle strisce di Buren, qui coerentemente proposte in marmo bianco e nero. L'altro segno invece ha un valore perturbante: si tratta infatti della grande superficie specchiante che ricopre interamente il muro nella sua parte rivolta alla casa, all'al di qua del paesaggio. Lo specchio riflette, a seconda dello sguardo, porzioni di tutto ciò che si staglia davanti ad esso, il prato, l'altro muro antistante, la facciata della casa, e naturalmente tutti gli eventi che vi si svolgeranno, le persone che si avvicineranno per osservare la vallata attraverso le finestre e così via. Lo specchio pone il riflesso, lo sdoppiamento delle cose, crea insomma un diaframma dove regna la virtualità pura, capace, date le dimensioni, di interferire con la percezione della realtà circostante, magari istillando un po'di inquietudine nella certezza indagatrice del nostro sguardo. Dimenticavo di dire che la rappresentazione, infatti, è quasi sempre un inganno.

Giorgio Verzotti

Daniel Buren
Presentazione
7 ottobre 2001