Castello di Ama per l'arte contemporanea

2002: Giulio Paolini

Paradigma

Giulio Paolini

Paradigma è titolo forte ed esplicito, che invita ad essere subito raccolto. In forma quasi di ossimoro, noi lo vogliamo innanzitutto declinare come paradigma di discrezione quale Giulio Paolini, la persona e l'artista, ci sembra essere in maniera oggi rara, e di nuovo in questa ulteriore occasione di esercizio. In un bellissimo e rigoglioso paesaggio di colli e di vigneti, trionfo di Bacco e Dioniso, ha scelto apollineamente di installare la sua opera in una stanzetta appartata da recuperare. Certo, ora la stanza è interamente occupata dall'opera, ma la discrezione esige tanto tatto e riservatezza quanto discernimento, precisione e decisione.
È che Paolini ha compreso, e anzi fatto proprio, che è la condizione stessa dell'artista ad esigerlo e ad esserlo, discreta, sospesa com'è fra la creazione di un oggetto pressoché inutile e insieme costantemente passibile di essere preso come modello o simbolo, paradigma appunto. Ha investigato tutta la vita questa posizione dell'arte e dell'artista, che per lui sparisce – disincarnato – nelle pieghe dell'opera, gioco di specchi, di tagli e di riflessi, di opposizioni e di incastonature, in cui il senso e l'autorialità si aggirano senza lasciarsi bloccare e fissare.
È una strana condizione, classica e fluttuante insieme, la stessa per cui l'opera di Paolini, situandosi «tra» gli stili, ha ispirato nel tempo le più diverse interpretazioni e influenze, chiamata in causa per la Pittura analitica così come per l'Arte Povera, la Concettuale, la Generazione postmoderna, l'Ipermanierismo e quant'altro ancora. Ma Paolini è Paolini, questo centro invisibile e inafferrabile ma a cui rimandano tutte le facce, tutte le linee dell'opera e delle opere.
Così è Paradigma: un parallelepipedo di lastre di pietra in un'armatura di metallo, in cui si distinguono due parti equivalenti sovrapposte. La parte in basso è chiusa e impenetrabile alla vista, opaca e solida, quella in alto è come esplosa, disseminando i frammenti ovunque, sull'armatura rimastra aperta e trasparente, e nella stanza in cui la scultura è posizionata. La contrapposizione è netta e chiara. Anzi, proprio per questo si noterà meglio che le lastre che compongono le facce della parte bassa sono in realtà un poco scostate dall'armatura, come se stessero dunque implodendo.
Ma non è tutto. Le dimensioni del parallelepipedo, base e altezza, sono quelle della porta della stanza, della soglia meglio, entrata e uscita a seconda della direzione che si prende. Così quel che l'esplosione ha reso visibile all'interno, cioè la sua struttura, possiamo immaginare che anche regga l'implosione della parte bassa. Anzi dobbiamo, perché la presenza chiara di un centro indicato dalle diagonali della parte alta ci lascia intendere che ce ne deve essere un altro nella bassa. Due centri, una struttura duale, questo è l'evidente paradigma: la divisione, il continuo rimando, il taglio di separazione e di unione, gli spazi invisibili e virtuali – «differenti», potremmo dire con terminologia derridiana da inizi di carriera di Paolini – che tagli e rimandi aprono, dove l'autore e il senso si nascondono, si originano e si autentificano al tempo stesso, trovano cioè «origine e autenticità – se non unicità», come ha ribadito ancora recentemente l'artista.
Ma quello infine che più ci ha sorpresi di questa opera di Paolini è la sua semplicità, non frequente nelle recenti opere dell'artista, al limite dell'«astrattismo», come si potrà pensare, o del «minimalismo» addirittura. In un primo momento, cioè in realtà prima di conoscere il titolo dell'opera, avevamo pensato che potesse essere semplicemente un momento del suo sviluppo, come si dice che un artista ha un periodo più astratto o uno più figurativo, uno più minimalista o uno più espressionista e cose del genere. Oggi, visto il titolo, azzardiamo un sospetto, che cioè quest'opera possa essere un «paradigma» anche nel senso in cui lo fu il Disegno geometrico del 1960, la squadratura della tela, di cui questo Paradigma sembra quasi la versione tridimensionale installativa per così dire aggiornata. Qui a venire disegnata è la struttura di lati, diagonali e centro della tridimensionalità, pronta ad ospitare qualsiasi oggetto ed evento, anzi in sé originatrice della possibilità di oggetti ed eventi. In più c'è la divisione-moltiplicazione per due, che toglie autoreferenzialità all'operazione e crea invece le pieghe dei giochi di rimandi. Che Paolini ci indichi dunque un suo nuovo inizio? O ci ha voluto fornire il paradigma retrospettivo del suo lavoro?
Cediamo brevemente e con discrezione alla retorica: che il paradigma sia anche la possibile riposta alternativa, per questo più astratta e formale, all'icona, retaggio del simbolismo mediatico e della comunicazione? Probabilmente esageriamo. Sarà il fascino del luogo, sarà il desiderio di un augurio, o sarà qualcos'altro ancora. Poco importa: solo i discreti esagerano veramente.

Elio Grazioli

Giulio Paolini
Presentazione
13 ottobre 2002