Castello di Ama per l'arte contemporanea

2010: ILYA & EMILIA KABAKOV

The Observer

Ilya & Emilia Kabakow

“Il potere dell'utopia risiede precisamente nella sua assoluta irrealtà”
...uno dei ricordi più dolci della mia infanzia a Mosca è di quando io e mia madre camminavamo lungo le vecchie strade del centro della città e sbirciavamo nelle finestre di chi abitava al piano terra, immaginado una vita appagante e invitante sotto la luce calda dei lampari all'interno delle loro abitazioni.

Ilya Kabakov ha costruito, formato e formulato spazi nel corso della sua lunga e illustre carriera artistica negli ultimi 20 anni insieme a Emilia Kabakov. Ha segnato la genesi dell'installazione dell'Est, cioè della “loro” installazione (in opposizione a quella dell'Ovest in senso politico e culturale), come se avesse origine da una “illustrazione”. L'“illustrazione” è concepita in questo caso in un modo ben preciso, come una “immagine del mondo circostante..., laddove la sua cornice assume la forma della cornice di una finestra”. Kabakov forza i paralleli esistenti fra l'icona e questa illustrazione “in cui la creazione celestiale divampa piuttosto che brillare”. Secondo >Kabakov, l'installazione dovrebbe esistere secondo le stesse leggi, se non che “lo spettatore sta al suo interno”. Questo è il motivo per cui lo spazio reale effettivo e le proporzioni, le distanze e le correlazioni assumono molta più importanza.

All'inizio della propria carriera l'artista ha studiato le proprietà della superficie pittorica grazie al suo lavoro “ufficiale” di illustratore di libri. Gli oggetti e le frasi legati ai personaggi della narrazione venivano dispèosti su carta a definire i percorsi dello sguardo (“The Answers of the Experimental Group”, 1970-1971). Questi disegni compongono narrazioni e sono collocati in scatole chiamate “album” (ad esempio “Anna Petrovna Has a Dream”, 1972-75). A volte veri e propri oggetti o frasi sembrano emergere dalle profondità di pannelli monocromi di masonite (“Whose Fly is This?”, 1986); altre volte i testi sono come “sospesi” di fronte a una composizione strutturata in forma classica come a impedire allo sguardo di svolgere il suo dovere visivo di penetrare più a fondo l'immagine.

Qualche anno dopo, all'interno del cosiddetto genere dell'”installazione totale” inventato, creato e analizzato dall’artista, lo spazio viene gestito come un oggetto che viene fisicamente piantato su assi di legno, posato su mattoni o creato da materiali diversi. La seconda conferenza del ciclo pubblicato sotto il titolo “On the Total Installation” (Mosca 2008) comincia in questo modo: “la definizione di installazione totale è quella di uno spazio completamente trasformato.”. La stessa conferenza chiarisce come tale spazio sia creato e in quante forme diverse possa esprimersi: ingannevole e simile a una scultura in “The Red Wagon” (1991) che annullava il proprio volume di fronte ai visitatori più curiosi che si avventuravano nello spazio, o mascherato come in “The Toilet” (1992). Sia i media che il pubblico a Documenta IX a Kassel erano totalmente confusi e pensavano che si trattasse di un ready made che mostravano le colpe del socialismo che era appena fallito. In realtà non avevano capito che si trattava di un progetto originale, in cui la struttura e lo spazio esprimendosi con un commento acido, rappresentavano una metafora globale.

Le installazioni di Ilya e Emilia Kabakov sono in genere diverse nello spazio che occupano grazie a muri e pavimenti, soffitti e porte accuramente realizzate; a volte grazie a percorsi obbligatori per lo spettatore e a direzioni proibite allo sguardo, altre volte dalle gerarchie dettate dall'attenzione visiva. L'attenzione dello spettatore è così scrupolosamente concentrata verso l'interno dello spazio che si rendono necessarie una lettura, un'analisi, ma anche effetti tattili e sonori, in modo da far sentire che ogni altra cosa che accade “all'esterno” sembri soltanto una risorsa per perfezionare Ie affermazioni “totali” dell'artista. “The Red Pavilion” (1993) presentato alla Biennale di Venezia incorpora letteralmente nel suo campo di gravità spaziale il padiglione russo con un recinto di assi di legno. In “The Happiest Man” (2000) lo spettatore, dopo aver camminato nella stanza costruita come uno interno domestico, o dopo esser stato nella “conchiglia” esterna delcinema, può soltanto vedere una proiezione su schermo di diverse commedie del passato sovietico. In “Not Everyone Will Be Taken Into The Future” (2000) l'installazione centrale è posizionata dietro un recinto, per cui se la si vuole percorrere si deve salire su una passerella; da lì si può vedere la fine dei binari e il retro dell'ultima carrozza con il titolo dell’opera – metafora semplice e chiara dell'importanza dell'arte contemporanea, che sta attraendo lo spettatore “innocente” dentro lo spazio proprio di una situazione memento mori. Finora, sembra che solo in “Looking Up. Reading the Words... (1997), opera per Münster, Ilya e Emilia Kabakov abbiano lasciato che il pubblico camminasse en plein air e si ritrovasse avvolto davvero da terra e cielo. In quel caso, il visitatore aveva un compito facile: “... Quando sei sdraiato sull'erba, guardi in alto verso il cielo aperto...”

Oggi, a distanza di più di 10 anni, gli artisti ancora una volta creano uno spazio all'aria aperta per il loro lavoro al Castello di Ama. Suggeriscono di guardare fuori, attraverso la cornice della finestra e il muro; lasciano che lo sguardo plani sul paesaggio, sopra le vigne, gli olivi e I cipressi, su tutto il paesaggio celestiale... (Non sono mai stato in Toscana ma ho una visione molto chiara della sua immagine culturale – colline che scorrono una dopo l'altra dietro ai santi e I soldati dei dipinti di Botticelli e Paolo Uccello).
Infine, in “The Observer” (2010) i due artisti guidano lo spettatore tramite un cannocchiale, sistemato in una capanna di legno sotti I pini. Il telescopio è puntato sulla finestra di una casa isolata lontana. Ci sono persone e... angeli seduti a una tavola; non si aspettano il nostro sguardo, sono serafici come angeli. Chissà, forse arrivano da un dipinto rinascimentale, o forse sono quel tipo di persone che Kabakov ha conosciuto: “Guide che spingono il treno del destino nella direzione necessaria” Si deve perciò guardare attraverso il cannocchiale e chiedersi “ci sono ancora?” E' difficile credere alla loro esistenza, poiché pochi son stati eletti per vederli. Tutto questo può essere possibile solo al Castello di Ama, un posto dove le “guide” tornano, per forza di abitudine, per mischiarsi agli artisti...

A noi non resta altro che la fortuna di poter sbirciare dentro e sentirci come quando eravamo piccoli, quando sospettavamo che mentre eravamo via o non guardavamo, i nostri giocattoli prendessero vita e si divertissero in mille modi. Dopo tutto questo, come nella dichiarazione del lavoro recente di Ilya e Emilia Kabakov nel paesaggio, potremo capire che: “...forse questa è davvero la cosa migliore che abbia fatto o visto in vita mia”.

Iara Boubnova

Ilya & Emilia Kabakov
mostra "Angelology" a The Model in Irlanda
Presentazione
17 ottobre 2010